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La "Sigma" è un'azienda
sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo:
pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo
in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro
giro d'affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è
stato proprio l'ottimo stato di salute dell'impresa ad attirare la loro
attenzione.
Scarica il testo in formato word La mancata crescita del valore aggiunto delle imprese meridionali causata dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata è valutabile in 7,5 miliardi di euro all'anno. La stima, interessando soltanto le imprese sotto i 250 addetti, fa riferimento alla metà, grosso modo, delle attività economiche meridionali e pertanto costituisce una cauta misura del fenomeno complessivo. Tale volume di ricchezza non prodotta rapportata al valore del PIL del Mezzogiorno ne rappresenta il 2,5%. E questo tasso di zavorramento mafioso annuo, applicato allo sviluppo economico degli ultimi vent'anni, produce degli effetti considerevoli, poiché, come mostra il grafico allegato, se non avesse avuto modo di incidere negativamente sull'andamento della produzione, dall'81 ad oggi, il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord. A questi risultati è giunto uno studio svolto nell'ambito del programma "Cultura dello sviluppo e cultura della legalità nel Mezzogiorno" promosso dalla Fondazione BNC in collaborazione con il Censis. La ricerca ha coinvolto oltre 700 imprese meridionali sotto i 250 addetti. L'ombra della criminalità sulle imprese non si manifesta solo in termini di mancata crescita economica ma anche di costi per dotarsi di sistemi di sicurezza, e questi ammontano a non meno di 4,3 miliardi di euro, pari al 3,1% del fatturato complessivo delle imprese considerate nella ricerca. Inoltre, il mancato valore aggiunto avrebbe potuto generare almeno 180.000 unità di lavoro regolari annue, ossia il 5,6% di quelle utilizzate attualmente dalle imprese fino a 250 addetti nel Mezzogiorno. Tra gli imprenditori, risulta chiaramente in tale contesto, serpeggia un senso di sfiducia nei confronti delle Istituzioni, e anche verso le associazioni per la lotta al racket e all'usura: ben il 67% degli intervistati, infatti, ritiene che le associazioni per la lotta al taglieggiamento siano inutili e per un'ulteriore quota del 21% essi sono una pericolosa esposizione a ritorsioni da parte delle organizzazioni criminali. Per il 24,3% degli imprenditori intervistati il contesto territoriale risulta molto insicuro, mentre solo il 21% ha dichiarato di non avere mai sentito parlare di attacchi criminali contro le imprese. Il senso di insicurezza risulta diffuso soprattutto tra i commercianti e tra gli imprenditori del manifatturiero e tra quelli del comparto turistico (albergatori e ristoratori). Fa molto riflettere, da un lato, la forte denuncia di un contesto insicuro da parte delle aziende situate in Campania e Puglia (segno delle presenza di organizzazioni criminali sempre più forti e che non accennano ad allentare la pressione sulle imprese) e, dall'altro lato, il basso tenore di denuncia di atti criminali registrato tra gli imprenditori siciliani e calabresi, quasi a indicare, in queste regioni, un senso di assuefazione o di accettazione alla convivenza con fenomeni che distruggono intere parti del tessuto produttivo meridionale. Fa riflettere, dunque, come per il 78% degli imprenditori calabresi e per il 51,5% di quelli siciliani le attività criminali sul territorio sono "rare". Resta il fatto che solo una minoranza del campione, pari al 38%, non ha mai sentito parlare di danni arrecati dalla criminalità alle imprese, mentre per i il 62% le aziende sono vittime di vessazioni o di imposizioni di vario tipo. Furti, danneggiamenti, estorsioni e rapine sono i reati di cui si sente maggiormente parlare, ma non manca chi, fra gli intervistati, denuncia "forme nuove di controllo" della criminalità sul sistema delle imprese. Questo diffuso senso di paura spinge quasi il 70% degli imprenditori intervistati ad affermare che l'imprenditore subisce nel Mezzogiorno troppi condizionamenti esterni, tanto da non sentirsi completamente libero nelle proprie decisioni; e questo clima esasperato spinge il 25% a denunciare un'eccessiva difficoltà a "continuare la propria attività". Lo stato d'animo, d'altronde, non può essere diverso se: il 65% degli intervistati rileva la presenza di atti di taglieggiamento nella propria zona e per il 14% questo tipo di attività risulta anche molto diffuso; per il 70% l'usura è largamente praticata; per il 26% le organizzazioni criminali impongono la loro manodopera alle imprese; per il 26% vi sono imprese costrette a ricorrere solo ai fornitori imposti dalle organizzazioni criminali; il 63,9% rileva la nascita improvvisa di grandi imprese capaci di spiazzare letteralmente (operando con prezzi molto contenuti) le aziende concorrenti, specie quelle di piccole dimensioni; per il 67% degli imprenditori contattati non sempre le assegnazioni degli appalti pubblici sono chiare e trasparenti. Emerge pertanto un forte malessere, che in alcune ben delimitate aree della Campania e della Puglia è marcatamente evidente e che, invece, inaspettatamente, risulta meno evidente in Calabria e Sicilia. Forse per un sentimento di paura degli imprenditori o, peggio, per una pericolosa tendenza a considerare normali i fenomeni di intimidazione e di estorsione. Confronto Certo-Nord/Sud del Pil pro-capite effettivo e potenziale
Saluto il Signor Presidente della Repubblica e lo ringrazio di averci onorato della Sua presenza, che costituisce per tutti una ragione di impegno e di responsabilità. Ringrazio per la loro partecipazione il Vice-Presidente della Camera, On. Alfredo Biondi, gli On. Ministri della Giustizia e dell’Interno, il Vice-Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente del CNEL, tutti gli esponenti del governo e i parlamentari presenti, l’On. Cirilli in rappresentanza della Regione Lazio, il Dott. Silvano Moffa, Presidente dell’Amministrazione provinciale di Roma, l’Assessore Cioffarelli in rappresentanza del Comune di Roma, i vertici delle Forze dell’ordine, tutte le Autorità e le Alte cariche dello Stato convenute, le Autorità religiose. Prima di iniziare la mia relazione, che per ragioni di brevità leggerò parzialmente e sarà distribuita integralmente, consentitemi di rivolgere un particolare ringraziamento al Ministro dell’Interno, Enzo Bianco, per il sostegno ricevuto in questi mesi: il suo impegno ha consentito di giungere a questa importante assise. 1. Signor Presidente, lo scorso 7 dicembre Lei ha ricevuto una delegazione di commercianti provenienti dalla Sicilia; 10 anni prima quegli stessi uomini avevano costituito, a Capo d’Orlando, la prima associazione antiracket d’Italia. 10 anni fa aveva così inizio un’avventura di solidarietà, un nuovo modello di lotta alla mafia. Allora la scelta di unirsi, fatta da quei commercianti, affermò una normalità di comportamento in un mondo in cui la logica era ben altra. A quei tempi per un operatore economico era infatti normale che alla richiesta di “pizzo” bisognasse cedere e che questo costo fosse considerato uno dei normali costi di impresa, una tassa. Quella prima esperienza ruppe una consolidata tradizione: ci si domandò: “Perché? Non può esserci un’alternativa?”, e si provò a percorrere un’altra strada. Solo dopo l’omicidio di Libero Grassi, avvenuto il 29 agosto del 1991, ci si rese conto dell’entità del rischio cui ci si era esposti, ma in quanto atto di coraggio e di intelligenza, catalizzò l’attenzione di molti. La novità, tanto efficace quanto semplice, consistette nel fatto che non era più un solo commerciante a denunciare, ma erano tanti, e questi si costituivano in associazione, creando rapporti di collaborazione con le forze dell’ordine. La ricetta era semplice, ma non facile, perché l’ingrediente principale senza il quale è impossibile qualsiasi duraturo risultato era la “personale assunzione di responsabilità”. Semplice ma non facile, perché fino ad allora ad altri era stata demandata la soluzione del problema, ascrivendo allo Stato una responsabilità che invece è di ciascuno: non si può pensare, come ancora alcuni fanno, che, rispetto ad un fenomeno di questo tipo, l’iniziativa dello Stato, da sola, sia sufficiente, o che debba precedere quella degli imprenditori. Le istituzioni possono dare solo una risposta parziale, ma non possono risolvere il problema senza l’impegno personale e la collaborazione di chi lo vive direttamente, gli operatori economici. Nella decisione di denunciare non c’è solo la scelta morale, l’esercizio di una funzione di cittadinanza; c’è anche un elemento di convenienza: nel difendere la propria azienda dai condizionamenti criminali, si afferma la propria identità di imprenditori, perché si può essere veri imprenditori solo se si è liberi. Durante quell’incontro, Signor Presidente, avrà sentito ripetere che in fondo questo percorso è anche “più facile” di quanto si possa immaginare. L’esperienza concreta ha dimostrato che quando le vittime denunciano insieme, quando si associano e in tale veste intervengono nel procedimento penale, si possono avere risultati straordinari in termini di risposta di giustizia: il processo va spedito, non ci sono scarcerazioni per decorrenza di termini, la pena viene effettivamente espiata. Sono numerosi i casi in cui con un procedimento penale costruito in questo modo si realizza una compiuta tutela della vittima, perché la parte civile è un insostituibile contributo al miglior svolgimento del processo. Purtroppo non sempre è così, non sempre la giustizia riesce a dare la risposta attesa dalle vittime e bisogna fare i conti con i processi troppo lunghi e con le scarcerazioni. Tuttavia, se la macchina della giustizia è un meccanismo complesso e non del tutto uniforme sotto il profilo dell’efficienza della risposta, è un dato certo che la partecipazione delle vittime associate ne agevola sempre il funzionamento. La scelta della denuncia è “più facile” di quanto si creda anche per un’altra ragione, perché si può ridurre al minimo il rischio in termini di sicurezza personale; questo dato è conseguenza della denuncia collettiva: se si è in tanti nessuno sarà oggetto di ritorsioni; se gli obiettivi sono tanti, non ci sarà bersaglio. La violenza è intervenuta sempre quando si sono verificate, da sole o peggio insieme, le condizioni della solitudine e dell’isolamento: questa è l’amara lezione che ci ricordano gli omicidi di Libero Grassi, Gaetano Giordano, Giovanni Panunzio. Proprio per questi motivi, in questi 10 anni, l’esperienza dell’associazionismo antiracket ha acquisito la forza di un modello, e sono diventate oltre 45 le associazioni costituite, soprattutto nella Sicilia orientale, in Puglia ed in Calabria. Si è trattato di un processo di costante crescita e noi qui oggi vogliamo salutare i rappresentanti delle due associazioni che si sono costituite negli ultimi due mesi, a Milazzo e a Giardini Naxos.
Con l’incontro di oggi si realizzano due fatti di straordinaria importanza: per la prima volta in assoluto si incontrano fra di loro esperienze associative diverse, impegnate nell’iniziativa contro il racket e contro l’usura e, non meno importante, si incontrano con le istituzioni. Sono infatti qui riunite, con le associazioni antiracket, le fondazioni e le associazioni antiusura, esperienze di volontariato costituite prevalentemente in ambito religioso e per meritevole iniziativa delle Chiese. Per tutte vogliamo ricordare la prima, fondata a Napoli da Padre Massimo Rastrelli. Le fondazioni intervengono in termini di prevenzione offrendo sostegno e consigli a chi si trova a rischio di usura e costituiscono anche un insostituibile sostegno morale e psicologico. A queste esperienze di volontariato, frutto dell’impegno competente e generoso di professionisti e uomini di chiesa, di semplici cittadini, deve andare il riconoscimento e la gratitudine dell’intero Paese. Un terzo gruppo di associazioni oggi con noi sono i confidi, ovvero i consorzi di garanzia fidi, costituiti quasi sempre nell’ambito delle associazioni di categoria, che possono aiutare quei soggetti che svolgono attività economica e che si trovano in una posizione di marginalità; con i loro fondi garantiscono gli affidamenti delle banche per consentire il recupero imprenditoriale dei soggetti in difficoltà. Il secondo elemento di novità è costituito dal fatto che queste tre esperienze associative si incontrano con i massimi rappresentanti delle istituzioni. Questa stessa iniziativa istituzionale di oggi è il segnale più forte per chi opera nel mondo associazionistico di poter contare sul sostegno dello Stato: chi opera in queste associazioni deve sapere che le istituzioni sono impegnate a sostenerle, a tutelarle perché si rafforzino. Il racket e l’usura si possono vincere solo nella prospettiva di una forte “alleanza” tra istituzioni e società civile. Con questa conferenza siamo chiamati tutti a rafforzare questa grande intesa. L’alleanza deve avere un obiettivo ambizioso: quello di costruire un’articolata strategia comune per combattere sia il racket che l’usura, una strategia unitaria, che tenga però ben distinte le diverse tipologie dei due fenomeni. Non può che essere questo lo sviluppo delle novità che in questo decennio si sono affermate nel nostro Paese. 10 anni fa questi fenomeni, nel sentire comune, non costituivano un problema, la loro pericolosità non appariva in tutta la sua drammatica dimensione, si era abituati a sottovalutarli e a convivere pacificamente con essi. In questi 10 anni è cresciuta la sensibilità della società civile su questi temi ed ha assunto un valore straordinario l’iniziativa dell’associazionismo e del volontariato. A partire dal decreto-legge del 1991, si è venuta costruendo una compiuta legislazione in materia di racket e di usura, che funziona e dà risposte. L’elemento che accomuna questi fenomeni criminali è la loro dimensione sommersa. Quanto appare attraverso le denunce o le indagini, è solo l’aspetto emergente del problema. Molto di questi fenomeni è così sommerso, che è difficile coglierne la reale dimensione. Infatti, nonostante gli straordinari risultati conseguiti sui vari fronti della lotta alla criminalità, sono ancora tantissimi gli operatori economici costretti a confrontarsi con il ricatto mafioso; sono ancora tantissimi i commercianti e le famiglie che fanno ricorso al prestito usurario. Questa drammatica realtà, che non può essere sottaciuta, indica che, purtroppo, siamo ancora lontani dall’avere costruito condizioni di generale normalità. Ma la forza delle istituzioni oggi consiste nel fatto che è proprio lo Stato a riconoscere il problema, senza minimizzarlo, perché prendere atto del carattere sommerso di questi fenomeni è la condizione indispensabile per combatterli. Non solo, le questioni dell’estorsione e dell’usura vengono poste oggi “a freddo”, lontano da fatti di cronaca o da spinte emotive. L’ampiezza dei fenomeni estorsivi è sicuramente assai rilevante in alcune aree del Mezzogiorno. Anche se nelle aree non tradizionali si manifestano segnali preoccupanti, il fenomeno, che ha prevalentemente connotazioni mafiose, mantiene il suo radicamento in Sicilia, in Calabria, in Campania e in Puglia. Il “pizzo” è stato spesso considerato un fenomeno di “serie b”, marginale rispetto ad altre manifestazioni criminali; ma, proprio perché esso non si manifesta in forme clamorose, in ampie aree del Paese è normalità, quotidianità, capillarità; il racket è il “livello medio della mafia”, e come tale è il cuore del sistema: a partire da qui la mafia realizza il controllo del territorio. Inoltre, è lo strumento di accumulazione primaria del capitale mafioso, usato per finanziare i costi dell’organizzazione e per “stipendiare” gli operai del crimine; è infine il momento attraverso cui si realizza la selezione dei quadri mafiosi: chi è più bravo ad esercitare intimidazione e a conseguire “rispetto” può salire nelle gerarchie mafiose. Da questo punto di vista un’inquietante conferma ci viene dalle relazioni di apertura dell’anno giudiziario circa il reclutamento di minori. Una cosa però deve essere detta: quando noi oggi parliamo di racket è riduttivo pensare solo al pizzo, è più opportuno parlare di condizionamento criminale di realtà economiche locali; il pizzo è infatti un fenomeno di ingresso della mafia nel tessuto economico imprenditoriale. A partire dal racket si procede in certi casi all’imposizione di servizi, di forniture, di manodopera: anche quando l’organizzazione criminale chiede importi modesti agli operatori economici, una volta che la richiesta venga accettata si stabilisce una relazione di dipendenza tra l’imprenditore ed il mafioso; a partire da questa relazione è possibile puntare ad un maggiore coinvolgimento, attraverso l’imposizione di quelle attività che favoriscono il rafforzamento “dell’impresa” mafiosa: l’acquisto di certi prodotti solo da una certa impresa, l’utilizzo di certi servizi solo presso un’altra, acquisti e servizi che comunque l’imprenditore avrebbe dovuto pagare. Quando ciò avviene, l’imprenditore non è più tale; l’imprenditore più bravo è colui il quale riesce a conseguire il miglior risultato con i costi più bassi: privato della libertà di scelta, perde la sua identità. Non solo. Quando il “pizzo” si presenta come il “prezzo di iscrizione” in un sistema di interrelazione tra imprenditore estorto e la rete di imprese sostenute dallo stesso gruppo criminale o da questo protette, la tutela dell’imprenditore singolo dal pizzo diventa funzionale rispetto alla vera posta in gioco: la libertà di fare impresa e la necessità di mantenere le condizioni di parità tra gli attori del mercato. L’intervento di sostegno a chi ha il coraggio di denunciare, è dunque una funzione non solo di tutela della vittima, ma di riequilibrio delle condizioni di mercato, a vantaggio dell’intera collettività. Le organizzazioni criminali da sempre hanno come loro caratteristica una straordinaria capacità di adattamento e, di conseguenza, compiono continue modificazioni. Il primo elemento di novità nelle dinamiche estorsive, segnalato soprattutto nelle aree di più recente insediamento mafioso, ovvero in quelle dove il criminale non ha l’assoluta certezza della rassegnata omertà delle vittime, consiste in una inversione della relazione “richiesta-intimidazione”. Se prima l’operatore economico doveva decidere se cedere o meno ad un’esplicita richiesta di pagamento, la dinamica estorsiva, nelle sue nuove modalità, inizia con un atto intimidatorio o con un reato patrimoniale minore nei confronti di un commerciante a cui segue, da parte dello stesso, la ricerca di una “protezione”. Dal punto di vista della mafia, l’estorsione si trasforma in un vero e proprio “servizio di protezione” sollecitato dalla vittima: diminuiscono così le capacità contrattuali dell’estorto (è stato lui a contattare l’estortore) e ci si mette più al sicuro da eventuali iniziative giudiziarie. Questa novità è stata la risposta delle organizzazioni criminali alle crescenti denunce degli operatori economici attraverso le associazioni antiracket. Il secondo elemento di novità è quello che abbiamo chiamato “orizzontalizzazione” della pratica estorsiva. L’organizzazione mafiosa punta ad un’estensione del numero dei soggetti da contattare, imponendo dazioni di modesta entità: “pagare poco, pagare tutti”. L’esito complessivo delle entrate resta invariato rispetto ad un’ipotesi “verticale”; in più, però, si raggiunge l’obiettivo di un più ramificato controllo delle aziende e, quindi, di un più pervasivo controllo del territorio. Inoltre, questa strategia riduce i rischi per la mafia perché richiede un più basso livello di violenza. Questa nuova modalità è parallela alla più generale strategia “dell’inabissamento” operata dalle organizzazioni mafiose negli ultimi anni, consistente nell’attenuazione dei livelli di conflittualità nei confronti della società e dello Stato. La riduzione dell’importo preteso rende più accettabile la proposta di “protezione”: pagare diventa “conveniente”, resistere no. Basti pensare al risparmio che si può avere in materia di assicurazione, sistemi di protezione, vigilanza privata. In questo aspetto risiede l’insidia più difficile da aggredire e combattere: serve una risposta più forte proprio su questo terreno della convenienza, aspetto su cui tornerò in conclusione del mio intervento. Si può, quindi, dire che la mafia si è venuta configurando come un sistema criminale “compatibile” con il settore economico aggredito. L’organizzazione forza sino ad un punto “accettabile”, senza “distruggere” l’impresa. Non bisogna farsi illusioni su questo carattere ”buono” dell’estorsione, qualunque limitazione nel medio periodo tende inevitabilmente a soffocare l’impresa, perché incide direttamente sulla motivazione imprenditoriale, sulla voglia di investire. Questa strategia pesa in maniera particolare sulla piccola e media impresa, ovvero su quelle realtà che al Sud potrebbero essere il volano dello sviluppo economico. La compatibilità tra condizionamento mafioso e attività economica non deve ingannare circa la neutralità degli effetti: essa si relaziona con un sistema economico statico, sicuramente non suscettibile di crescita. Non è assolutamente possibile ricavare le dimensioni del fenomeno dell’usura dal numero delle denunce, numero che tra l’altro è in continua fase di calo. Il fenomeno, che nella stragrande maggioranza mantiene una connotazione tradizionale, aggredisce maggiormente le famiglie e i soggetti indebitati. Negli ultimi dieci anni però ha preso via via più forza una nuova tipologia di usura che, da un lato colpisce piccoli operatori economici e, dall’altro, si presenta assai spesso nella forma di una vera e propria associazione a delinquere, costituita, ed è un caso tutt’altro che raro, da soggetti “insospettabili”, commercianti e professionisti. Queste tipologie sono presenti su tutto il territorio nazionale. Colpisce il radicamento usuraio in una città come Roma ed in una regione come il Lazio. In questi anni si è venuta manifestando, in alcune aree territoriali, una nuova attività usuraia legata direttamente alle organizzazioni mafiose. Si può ben dire che questa costituisce una nuova, quanto pericolosa, frontiera della criminalità. Se le organizzazioni mafiose storicamente non hanno mai considerato l’usura dentro l’orizzonte strategico delle proprie attività criminali, da alcuni anni a questa parte aumentano le situazioni in cui l’usura è praticata direttamente da appartenenti ad organizzazioni mafiose o da persone a loro vicine. In tal caso cambia tutto, perché diventa uno strumento attraverso il quale l’organizzazione criminale si impossessa di aziende che, se pur in crisi, sono “pulite”; ed in tal modo può realizzare attività contigue o connesse al riciclaggio e, comunque, consolida la propria capacità di penetrazione nei rapporti economici. Proprio a seguito di questa nuova pericolosità non bisogna in alcun modo abbassare l’attenzione sui pericoli conseguenti a questo reato, che riguardano non solo direttamente le vittime ma l’intero tessuto economico. Per questo è fondamentale incoraggiare sempre le denunce e, soprattutto, potenziare le iniziative di prevenzione. È chiaro a tutti infatti che il modo più efficace per combattere l’usura è la prevenzione: bisogna riuscire a creare un sistema che scoraggi in qualunque modo il ricorso all’usura e sia capace di offrire un’alternativa. In questi anni, soprattutto dopo l’approvazione della legge 108/96, la politica di prevenzione ha assunto una dimensione assolutamente inedita e si è via via consolidata. Essa si è sviluppata su due direttrici. La prima, quella di costruire un sistema di credito sussidiario per quei soggetti che incontrano insuperabili difficoltà nell’accesso al credito tradizionale. Rispetto a questi, assai opportunamente il legislatore ha costruito uno strumento di sostegno; il loro recupero nell’economia consente infatti di ridimensionare quei fenomeni criminali che costituirebbero una minaccia per il sistema economico. Ci si è dotati, con la legge 108/96, del Fondo di Prevenzione, che per tre anni (1997-1999) ha erogato trecento miliardi a fondazioni e confidi, affinché questi incrementassero i propri fondi di garanzia per agevolare la concessione di credito da parte delle banche a soggetti in difficoltà economiche. Con la nuova legge finanziaria, approvata lo scorso mese di dicembre, è stato previsto il rifinanziamento del Fondo per il 2001 e 2002. Credo di interpretare il sentimento dei rappresentanti delle associazioni nel rivolgere un sentito ringraziamento al Governo che ha proposto tali norme ed al Parlamento che le ha approvate. Proprio in questi giorni il Ministro dell’Interno ha firmato il decreto che per il 2001 assegna cento miliardi al Fondo di Prevenzione, finanziamento, questo, che consentirà alle fondazioni ed ai confidi di avere nuovi strumenti per estendere la presenza sul territorio nazionale. Resta aperto il problema di rendere questo finanziamento stabile e permanente. Una seconda direttrice riguarda l’impostazione di un’adeguata politica di educazione all’uso responsabile del denaro. Dietro ogni storia di usura vi è quasi sempre un errore di valutazione, un calcolo sbagliato, una previsione non rispettata, a volte anche un azzardo. Non si tratta qui di esprimere inutili moralismi, ma di creare una rete di sostegno capace di offrire consigli e consulenze a chi si trova a vivere una situazione di grave indebitamento, affinché non compia l’errore di rivolgersi all’usuraio. Per questo il mondo associazionistico ed il volontariato svolgono un ruolo prezioso e insostituibile, soprattutto nell’aiutare le famiglie. Un impegno questo tanto più necessario di fronte alla pericolosa diffusione del gioco d’azzardo, che costituisce un nuovo fattore di indebitamento. Proprio nelle scorse settimane si è conseguito un importante risultato con la predisposizione di un protocollo di intesa tra sistema bancario, rappresentato dall’ABI, e confidi, perché l’efficienza di questo sistema di credito sussidiario dipende dalla capacità di coinvolgimento del sistema creditizio tradizionale.
6 In queste ultime settimane si è molto discusso, a seguito della recente sentenza e del decreto-legge del Governo, di usura e banche. Non è mio compito entrare nel merito di tale ultimo provvedimento, ma è mio dovere svolgere alcune considerazioni, considerazioni purtroppo non facili. L’esperienza dell’ufficio mi porta a dire che vanno distinti preliminarmente alcuni aspetti del problema. La legge 108/96 è stata una conquista civile fortemente voluta dal mondo associativo, un passo avanti nel recupero di dignità nei rapporti economici in favore dei soggetti più deboli, cui ha fatto seguito, animata dallo stesso spirito, la recente normativa in materia di pubblicità del protesto e a cui – si spera – possa seguire la riforma del diritto fallimentare, secondo il progetto presentato dal Ministro della Giustizia. La L.108/96 non va modificata, soprattutto in alcuni dei suoi canoni fondamentali: il tasso-soglia e la disposizione dell’art. 11 relativa alla prescrizione. L’usura è un fenomeno criminale che colpisce in maniera subdola coloro i quali hanno avuto la sventura di rivolgersi ad un usuraio, con cui stabiliscono, dal primissimo momento, relazioni ambigue, non definite, tutt’altro che chiare. Il quadro caratteristico è abbastanza netto: 1) chi si rivolge all’usuraio è in una condizione di debolezza: se vuole quel denaro, deve accettare le inique condizioni che gli vengono imposte; 2) nella riscossione degli interessi, all’interno del rapporto, vi è sempre una connotazione di violenza, di intimidazione, di minaccia, di forte pressione affinché la vittima adempia al pagamento; 3) infine, l’importo degli interessi, che mediamente vanno oltre il 10% mensile, nel corso del rapporto, a mano a mano che si consolida la dipendenza e la subordinazione, tende a salire. Sono interessi che per definizione a un certo punto non si è più in grado di sostenere, e si viene strozzati. Questo quadro del fenomeno usurario è cosa diversa dal superamento del tasso-soglia, così come intervenuto con la L. 108/96, che ha motivato il ricorso all’autorità giudiziaria fino alla nota pronuncia della Suprema Corte (fatto quest’ultimo rilevante nel sentimento di giustizia delle fasce più deboli dell’utenza). Questo fatto nasce e va ricondotto in un ambito diverso dalla fenomenologia criminale, quello dei corretti rapporti tra utente e fornitore di credito. Se non possiamo lasciarci prendere la mano da un’inutile e pericolosa generalizzazione, non possiamo fare a meno di richiamare alcune responsabilità del sistema creditizio italiano, responsabilità aziendali. Il decreto è perfettibile, i tempi della conversione costituiscono un’occasione di auspicabile intesa per tutte le parti, senza irrigidimenti pregiudiziali. Pur comprendendo infatti la necessità di certezza contrattuale, propria del sistema creditizio, non si può fare a meno di vedere quanto la vicenda abbia scavato un solco nel rapporto di fiducia con l’utente. Più in generale, serve più coraggio da parte delle banche nel rapporto con il cittadino, unito ad una più convinta azione di rinnovamento. Il sistema bancario non può non farsi carico del problema del contenimento dei fenomeni criminali nell’economia, allo stesso modo di qualunque altro imprenditore; deve diventare inoltre un elemento dinamico per lo sviluppo della piccola e media impresa soprattutto nelle aree meridionali. Il piccolo cliente deve essere trattato come il grande; anzi, proprio nei confronti del primo è necessario svolgere quell’attività di consulenza, che, soprattutto nel sistema creditizio meridionale, è assai debole. In questo contesto è opportuna una maggiore apertura nella valutazione di meritevolezza del credito, che non tenga conto solo delle tradizionali garanzie immobiliari e patrimoniali. Il rinnovamento del sistema creditizio deve passare anche dalla costruzione di rapporti più trasparenti e più collaborativi con gli utenti. Ormai è un dato irreversibile quello della crescita del protagonismo degli utenti bancari: un più moderno sistema di relazioni economiche non può che basarsi su forme di contrattazione tra interlocutori che hanno pari dignità e conoscenze. Per questo è importante l’associazionismo dei consumatori e dei confidi.
7 In questi anni combattere l’usura ha significato, tra l’altro, due cose: 1) incoraggiare chi subisce l’usura ad uscire allo scoperto, a denunciare, riconoscendone lo status di vittima (questa è l’ispirazione del Fondo di Solidarietà); 2) non giustificare mai il ricorso all’usura. Quest’ultima questione riguarda un aspetto cruciale della politica di contrasto. Pur offrendo tutto l’aiuto e la comprensione possibili alle vittime, non si deve mai giustificare il ricorso all’usuraio: l’usura non risolve mai alcun problema, li aggrava sempre tutti e senza eccezione. Non bisogna avere esitazione su questa linea: per questo è fondamentale riuscire ad operare sul profilo dell’educazione all’uso responsabile del denaro e della formazione di professionalità imprenditoriali. Per quanto attiene invece al primo aspetto, su una cosa non bisogna avere alcun dubbio: chi è vittima di usura deve sempre denunciare. La denuncia non può essere considerata un accessorio della politica di contrasto all’usura, perché ne è il cardine quanto la prevenzione. E’ impossibile aiutare la vittima che non prenda coscienza dei propri errori e non spezzi in modo definitivo il legame con l’usuraio e l’unico modo in cui entrambe le cose si realizzano è attraverso la denuncia: riuscire, come associazione, come fondazione, a trasmettere questo messaggio e ad incoraggiare la fiducia nelle istituzioni costituisce un punto di non ritorno nella strategia di contrasto. Pretendere la denuncia non è un atteggiamento formale fondato sul principio di legalità, ma condizione sostanziale per l’aiuto. Da più parti il preoccupante calo del numero di denunce per usura viene ricondotto alla paura di subire ritorsioni. Il richiamo alla paura tuttavia non è convincente se consideriamo che vi è una costante crescita nel medio periodo del numero delle denunce per estorsione, quasi sempre rivolte contro esponenti di organizzazioni criminali di tipo mafioso e che per questo presentano una soglia di rischio. In secondo luogo, la conoscenza diretta di centinaia di storie di usura contenute nei fascicoli dell’ufficio del Commissario ci dice una cosa importante: non si ha riscontro di “vendette” dopo la denuncia; anzi, la denuncia immunizza da possibili atti di ritorsione. Quando vi è violenza avviene quasi sempre all’interno della relazione usuraria, quando bisogna convincere la vittima a pagare. Ciò che ostacola in maniera decisiva la denuncia in realtà è l’assenza di alternative e la convinzione di essere soli. La vittima stabilisce con il proprio usuraio una relazione di dipendenza: anche dopo che si è presa coscienza della vera natura di questa relazione, si continua però a mantenerla perché si ritiene che non vi siano alternative. Deve essere chiaro che comunque con la denuncia si pone fine al tormento dell’usura; certo, possono restare le difficoltà, ma non c’è più quel tormento, e non è cosa da poco.
8. Negli ultimi 15 mesi l’impegno dell’Ufficio del Commissario è stato rivolto in maniera predominante a rendere funzionante la nuova L. 44 approvata dal Parlamento nel febbraio del 1999, frutto di un’ampia convergenza politica. L’applicazione della legge era il punto cruciale attorno a cui costruire un rapporto di fiducia tra vittime (e potenziali vittime) e Stato. Vi era una chiara consapevolezza che ciò non era facile e che la strada era tutta in salita: tante erano state negli anni le frustrazioni accumulate nell’applicazione della vecchia normativa. Non spetta a me dire se si sia recuperato questo rapporto di fiducia, ma questo è stato l’obiettivo. L’Ufficio del Commissario ha cercato di fare sentire la propria vicinanza alle tante vittime. Il nuovo Comitato, che ha avuto dalla legge il compito di gestire l’unificato Fondo di solidarietà per le vittime dell’estorsione e dell’usura, ha iniziato ad operare poco più di un anno fa, si è insediato il 21-12-1999. In questi 12 mesi 173 operatori economici hanno ricevuto quasi 27 miliardi. Per una valutazione più dettagliata rimando alla relazione annuale del Comitato, distribuita ai partecipanti. Una considerazione di carattere generale: questa legge non è solo una forma di solidarietà per chi ha subito un danno, è un decisivo strumento per l’azione di contrasto. Sicuramente, per un commerciante è importante vedere in carcere l’estortore. Ma quando vede il negozio chiuso, distrutto a seguito della sua denuncia, avverte il segno di una sconfitta. Fare riaprire quel negozio è il segnale più efficace contro la mafia; non solo, ma è anche la risposta che neutralizza l’atto intimidatorio e lo rende inutile. Offrire a chi è stato vittima dell’usura, e ha denunciato, la possibilità di ricostruirsi una vita attraverso il mutuo dello Stato costituisce un decisivo elemento di speranza per quanti invece continuano a vivere nella soggezione usuraia. Il legislatore ha centrato due obiettivi: il primo, nel prevedere nella composizione del Comitato la presenza predominante dei rappresentanti delle associazioni di categoria e di quelle antiracket ed antiusura; il secondo, nel valorizzare le Prefetture come soggetti fondamentali dell’attività istruttoria. Consentitemi di rivolgere un ringraziamento per i risultati conseguiti in questo anno di applicazione della legge a tutti i componenti del Comitato, ai Prefetti, ai vertici delle Forze di Polizia, ai referenti delle Prefetture, al personale dell’Ufficio di supporto e dell’Ufficio del Commissario, alla Consap. Nello stesso periodo si è dispiegata l’iniziativa per il potenziamento delle varie esperienze associazionistiche: per esse l’Ufficio del Commissario è una struttura di servizio. È stato ed è un obiettivo strategico la crescita di queste esperienze: servono più associazioni antiracket, più fondazioni antiusura, più confidi con i fondi speciali antiusura. Un altro fronte di intervento è stato quello delle iniziative sul territorio, in primo luogo attraverso le riunioni dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica, allargati ai rappresentanti delle associazioni. Queste riunioni, convocate grazie alla sensibilità dei Prefetti, sono sempre di più diventate un decisivo punto di riferimento per le associazioni, un momento in cui sul territorio si realizza l’alleanza tra istituzioni e società civile. Infine, l’iniziativa più recente, ancora in corso, riguarda la campagna di informazione.
9. Il Comitato di solidarietà, nello svolgere la relazione approvata la scorsa settimana, ha presentato alcuni elementi di riflessione che anche in questa sede vengono sottoposti all’attenzione dei partecipanti alla Prima Conferenza nazionale. Si tratta di questioni che si inseriscono nella legislazione operante e soprattutto sulla legislazione parallela alle problematiche di usura e di estorsione. Due di queste hanno trovato una positiva soluzione con l’ultima legge finanziaria, che ha raccolto esigenze fortemente sollecitate anche dalle associazioni: la riapertura dei termini, a determinate condizioni, per la presentazione delle istanze delle vittime di usura al Fondo di solidarietà e la trasformazione dei tempi di restituzione del mutuo concesso alle stesse vittime da 5 a 10 anni. Altre se ne presentano con particolare urgenza: l’introduzione della figura del tutor a fianco del beneficiario del mutuo accordato dal Fondo di solidarietà e l’accelerazione dell’iter parlamentare per l’approvazione della legge delega relativa alla riforma delle procedure concorsuali. a) Tutor. Una delle finalità della L.108/96 è quella di offrire un sostegno alle vittime per favorirne il reinserimento nell’economia legale. L’esperienza applicativa della legge ha evidenziato che lo strumento di cui ci si è dotati per raggiungere questo fine, la concessione del mutuo, può non essere sufficiente ad assicurare l’adeguato recupero imprenditoriale della vittima d’usura; spesso emerge l’esigenza di assicurare anche un sostegno non finanziario fatto di consigli e consulenza. L’intervento di solidarietà alle vittime di usura richiede, quindi, come dato strategico fondamentale l’istituzione della figura del “tutor”. Infatti, la tipologia delle vittime è rappresentata, rispettivamente, nell’estorsione da operatori commerciali e da piccoli imprenditori; nell’usura, secondo l’esperienza del Fondo di Solidarietà ex art. 14 L. 108/1996, da categorie particolarmente vulnerabili per debiti contratti per necessità aziendali, in massima parte più piccoli imprenditori,. Se è vero che non è possibile articolare una risposta che prescinda dalla denuncia e dalla collaborazione con le Forze dell’Ordine, è vero, altresì, che se non si “qualifica” la capacità di resistenza dell’imprenditore nonché l’imprenditorialità necessaria per “stare sul mercato”, lo scopo della normativa sarà frustrato ancorché la vittima possa beneficiare del sostegno del Fondo di Solidarietà. In tale caso, l’elargizione o il mutuo non saranno serviti all’interessato, ma soltanto ad alcuni dei suoi creditori, e lo Stato non avrà recuperato i soldi “investiti” sia in termini di risanamento del tessuto imprenditoriale sia in termini di sicurezza. Occorre prendere atto che in situazioni compromesse, ancorché riconducibili a soggetti giuridicamente e socialmente meritevoli, perché vittime di delitti di estorsione e di usura da cui hanno avuto il coraggio di affrancarsi con la denuncia, occorre affiancare alla vittima beneficiaria dell’elargizione o del mutuo, un consulente finanziario-aziendale al duplice scopo di verificare l’impiego della spesa sostenuto dallo Stato ed, al contempo, supportare la vittima con una assistenza professionale che, ovviando a carenze di progettualità e a commistioni tra conti personali e aziendali (che, talvolta, fungono da concausa o peggiorano gli effetti del delitto subito) assicuri l’attuazione dell’intervento di solidarietà, deliberato dal Comitato. b) Riforma delle procedure concorsuali. Si confida nella accelerazione dell’iter parlamentare di approvazione del disegno di legge delega di riforma delle procedure concorsuali che potrebbe significare, tra l’altro, l’eliminazione di quelle forme sanzionatorie accessorie in capo all’imprenditore che interessano in questa sede. In particolare, pur essendosi confermato il principio dello spossessamento del patrimonio dell’imprenditore, nel progetto si sarebbe stabilito che la perdita della sua capacità debba essere limitata ed evitata per tutto ciò che non è utile alla procedura. La previsione in questione adempie ad una esigenza da tempo sentita e più volte sottolineata dagli studiosi secondo cui il fallimento, ed in particolare l’apertura della procedura di insolvenza, non deve più costituire una misura sanzionatoria per l’imprenditore, una sorta di “morte civile” per lo stesso. Per quanto riguarda invece l’attività di prevenzione, un limite che occorre superare, per il quale sono state coinvolte le associazioni di categoria, riguarda l’attività e la presenza dei Confidi, prevalentemente al Sud.
10. In questi anni sono stati ottenuti risultati assai significativi, ma non ci si può dichiarare soddisfatti. Nonostante tutto quello che si è fatto, solo parzialmente si è inciso sulla diffusione del fenomeno. Permane un serio limite: quello di considerare l’iniziativa antiracket ed antiusura in termini ancora settoriali, come se riguardasse organismi e associazioni a ciò specificamente preposti. Ma così non può essere, proprio perché, più che in altri casi, nell’estorsione e nell’usura emergono implicazioni non solo di tipo criminale, ma economiche, sociali, culturali. Se è così allora il problema non può più essere solo dell’Ufficio del Commissario antiracket e antiusura, né può essere solo delle associazioni antiracket o delle fondazioni antiusura. È indispensabile l’impegno di altri soggetti. Oggi ci sono tutte le premesse per una decisiva svolta, per fare diventare la reazione al racket e all’usura un movimento di massa. Queste premesse devono essere pienamente utilizzate e per questo è richiesto un maggiore impegno di tutte le realtà istituzionali, ma soprattutto delle grandi associazioni degli imprenditori, in particolare di quelle della grande impresa. Torniamo per un momento alla realtà sommersa di questi fenomeni e al dato delle denunce. Le denunce per usura purtroppo continuano a far registrare quel calo costante che da molto tempo costituisce per noi ragione di allarme. Per quanto riguarda l’estorsione, anche se il dato dei primi 6 mesi del 2000, per la prima volta dopo molti anni fa registrare un calo, la tendenza complessiva di questi 10 anni testimonia una crescita costante: un segnale sicuramente positivo, ma certamente insufficiente rispetto alla reale diffusione del problema. Se si è detto che si può combattere l’estorsione senza correre rilevanti rischi per la propria sicurezza personale, perché il movimento antiracket è lontano dall’assumere quella dimensione di massa proporzionata al fenomeno? Non è più un problema di rapporti di fiducia nelle istituzioni e nella legge. La questione è più complessa ed è, come abbiamo cercato di spiegare in questi mesi con il messaggio della campagna di informazione, riconducibile alla dimensione economica ovvero alla convenienza. Queste questioni non possono essere affrontate solo sotto il profilo della scelta morale, necessario, ma non risolutivo. Come far diventare conveniente la denuncia? Nel caso dell’usura noi oggi abbiamo sufficienti strumenti legislativi che consentono di offrire alla vittima che svolge una attività economica una concreta via di uscita, attraverso i benefici del Fondo di solidarietà. Ma è con l’estorsione che si incontra la maggiore difficoltà. Il Fondo di solidarietà interviene successivamente alla resistenza dell’imprenditore; serve invece qualcosa che intervenga nella fase precedente e rappresenti, per chi è costretto a confrontarsi con la criminalità organizzata, una concreta prospettiva di convenienza. Perché la questione non è semplice? Esiste un diffuso luogo comune che descrive l’imprenditore estorto come gravato da un costo aggiuntivo. Non sempre questo è vero. Il costo aggiuntivo non sempre ce l’ha chi paga il pizzo alla mafia, ce l’ha, se mai, chi non lo paga, chi resiste al condizionamento. Perché chi è venuto a patti con i criminali o li ha subiti, gode paradossalmente di una legittimazione ad operare sul mercato, negata a chi non ha voluto cedere. Questo è più evidente in alcune aree della Sicilia, della Calabria, della Campania, dove la mafia interviene pesantemente nella regolazione del mercato. Alla fine in questa situazione acquista convenienza il non resistere alla mafia. Se da un lato hai un danno immediato pagando il pizzo (tra l’altro di dimensioni modeste) dall’altro hai il beneficio indiretto di essere legittimato sul mercato dall’organizzazione criminale. Servono allora iniziative che intervengano nelle relazioni economiche per realizzare una forma di “compensazione” tale da far recuperare a chi resiste lo svantaggio imprenditoriale rispetto agli altri. Non si tratta di interventi di tipo premiale, ma di opportuni e necessari interventi regolatori del mercato. Solo in questo modo si riesce, nella stessa misura che con l’azione giudiziaria, a ridimensionare seriamente il potere mafioso. Le istituzioni non possono essere insensibili di fronte al problema di intervenire per eliminare le distorsioni del mercato. Ma è soprattutto con il mondo delle imprese, e soprattutto con quello della grande impresa che tale problema va affrontato. L’allarme del Procuratore Nazionale Antimafia è un ulteriore stimolo a procedere su questa strada, soprattutto in un momento in cui “il settore degli appalti è quello maggiormente insidiato, attraverso estorsioni, subappalti, spartizioni di aggiudicazioni, dalle organizzazioni criminali”.
11. Signor Presidente, non potevamo fare a meno, in un’occasione così solenne, di avere accanto persone che per noi in questi anni sono state assai importanti. Esse ci ricordano momenti di grande dolore. Oggi vogliamo ricordare, fra gli altri, Libero Grassi, Giovanni Panunzio, Gaetano Giordano, imprenditori uccisi a Palermo, a Foggia, a Gela; oggi vogliamo rendere omaggio allo straordinario coraggio di questa giovane donna siciliana, Rita Spartà, che con il sostegno della sua famiglia conduce una battaglia di giustizia per far condannare coloro i quali le uccisero il padre e 2 fratelli di 21 e 17 anni; oggi è qui con noi un ragazzo che si chiama Gianluca Gaddi, figlio di quella coppia di imprenditori che nell’agosto del ‘94 nella zona di Orvieto decise di porre termine alla propria vita perché vittima di usura. Da queste storie di dolore noi dobbiamo partire. Sono storie di solitudine e di isolamento; le vogliamo sempre portare con noi, perché la solitudine e l’isolamento sono i nostri più acerrimi nemici: la solitudine rende deboli, l’isolamento vulnerabili. Le associazioni e le fondazioni antiusura hanno rappresentato una sicura sponda alla sofferenza dei soggetti indebitati: a quanti soffrono questa condizione vogliamo ripetere che non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto. Nel confronto con queste storie si è venuto via via costruendo quello che oggi si è rivelato un efficace modello per combattere la mafia: quello dell’associazionismo antiracket. Lo ha detto Lei, Signor Presidente, poco più di un mese fa a Palermo in occasione della conferenza dell’ONU: queste iniziative dimostrano come si sia diffusa la normalità. Care amiche e cari amici, in conclusione sento il dovere di ringraziare tutte le donne e gli uomini delle Forze dell’Ordine, i vertici locali e quelli nazionali: con loro si è venuta costruendo una collaborazione straordinaria in questi anni; in loro si è riusciti a trovare sempre ascolto, professionalità e soprattutto motivazione. Debbo infine chiedere scusa a coloro a cui non sempre la risposta delle istituzioni è arrivata, ferma e tempestiva. Lo voglio fare con umiltà perché quando si è impegnati a ricoprire un ruolo come quello di Commissario e si ha a che fare con la sofferenza e la speranza, con la dura realtà e i sogni, non si può che muoversi in punta di piedi. Numerose volte nel corso di questo mio intervento ho parlato di semplicità, di facilità, di convenienza. Ma siamo ben consapevoli tutti che è una battaglia difficile quella che ci vede impegnati, è una battaglia che appartiene all’intera nazione. Questi uomini e queste donne coraggiosi che la combattono in prima persona sono un patrimonio di tutti. Non sono eroi, sono persone normali. Sono persone, Signor Presidente, che quando La sentono parlare di Patria provano emozioni. Perché quando si parla di Patria si parla anche ai nostri cuori, alla nostra dignità di uomini liberi. Per questo siamo qui oggi, per rinnovare il nostro impegno al servizio del Paese.
La nostra cooperativa svolge da quasi
due anni attività di sostegno e di assistenza in favore delle
vittime della mafia, del racket e dell’usura e delle vittime di
reato in genere. E d’altra parte, la risposta delle
istituzioni, a quelle poche vittime che hanno denunciato, è stata
spesso insufficiente, qualche volta ambigua, sempre tardiva. Oltre a questo ragionamento sulle direttive
europee, vorrei qui evidenziare almeno due discrasie delle attuali norme. Voglio, ancora, appena accennare ai limiti
d’attuazione della l.r. 20/99, soffermandomi soltanto sull’art.
11 per evidenziarvi che lo stanziamento per l’esercizio 2004 destinato
al fondo regionale antiracket è stato distratto per altre finalità
e la qualcosa non può non lasciare sbigottiti. Di certo qualcuno
avrà pensato che se non ci sono domande da soddisfare non serve
a nulla appostare ulteriori risorse sul fondo. Per concludere vorrei riferire brevemente
della nostra iniziativa inerente l’istituzione del Premio Libero
Grassi, che per questo primo anno sarà assegnato al miglior manifesto
antiracket.
È il 10 gennaio 1991 quando l’imprenditore Libero Grassi dice no al racket delle estorsioni e lo fa in modo chiaro, civile e moderno: con una lettera della quale chiede pubblicazione al Giornale di Sicilia. Dice poche cose semplici e, ripeto, chiare, inequivocabili. “Volevo avvertire il nostro ignoto estortore - scrive Libero Grassi - di risparmiare telefonate minacciose, micce, bombe… Abbiamo deciso di non pagare e ci siamo messi sotto la protezione della polizia”. Una posizione netta: o bianco o nero. E Libero Grassi sceglie di stare dalla parte dello stato… ...dice “ci siamo messi sotto la protezione della polizia”. Stai da una parte oppure da un’altra. E se paghi, alimenti la zona grigia, incrementi le telefonate anonime, le micce, le bombe. Se paghi la protezione emargini colui che non paga, lo rendi più debole, lo spingi nell’angolo. Non è vero che così ti fai gli affari tuoi, anzi ti stai facendo violentemente gli affari dell’altro emarginandolo…… e così è stato fatto con Libero Grassi. E noi giornalisti abbiamo un dovere in più: dare voce a quelli ai quali hanno chiuso la bocca… l’inchiesta, la ricerca della verità, lo scavo, andare a guardare là dove, in tanti, voltano la faccia, guardare là dove non si vede… lo scoop…. “To scoop” in inglese vuol dire ‘scavarÈ, non è sinonimo di un giornalismo che specula sulle sensazioni…. Letteralmente vuol dire ‘scavare con un cucchiaio…’, gli inglesi sono precisi…. Ed è questo che è chiamato a fare chi si dedica al giornalismo d’inchiesta: …scavare con gli strumenti della professione, studiare il territorio, i dati, ascoltare gli altri, analizzare i fatti senza fermarsi alla superficie, essere critici e severi come un chirurgo mai sordi alla sofferenza… E poi è necessario anche evocare la memoria, in un paese, come il nostro, dove spesso si vive come se fosse il primo giorno, cioè dimenticando la storia che ci si porta dietro. Quella della quale andare orgogliosi ma anche quella della quale è necessario a volte vergognarsi, quando riguarda il malaffare e la corruzione. Ecco, la storia…... E che cosa fa il presidente dell’associazione industriali di Palermo dell’epoca? Di fatto isola Libero Grassi, e lo fa pubblicamente con un’intervista, prendendo le distanze dal coraggioso imprenditore. Il 22 gennaio 1991 - appena 12 giorni dopo la sua denuncia - il presidente degli industriali di Palermo dice testualmente “Le buone famiglie tendono a tacere”… ...Se mi è consentito, questa frase mi evoca l’immagine della famiglia dove botte e tradimenti sono la regola tra le mura domestiche, ma poi quando si varca la soglia di casa ci si finge una famiglia esemplare ...e magari fuori ci credono pure….e così il presidente degli industriali dell’epoca spiega che Libero Grassi ha scatenato una “tammuriata” - usa questo termine - cioè un rullo corale di tamburi, quindi ha fatto molto rumore, questo dice l’industriale, un rumore assordante, che ha richiamato troppa attenzione, che ha fatto apparire la Sicilia come terra di sola criminalità, dove l’industria non può vivere e svilupparsi, così dice quel presidente… ...un argomento questo troppo abusato anche di recente… ….comunque, così il senso della presa di distanza dell’industriale da Libero Grassi… o fai silenzio e pensi ai tuoi affari, o, se parli, e dici la verità, vai fuori dal circuito delle buone famiglie, il tuo posto è ai margini, e i guadagni sono magri... E magari da te non compro più, perché non sei come gli altri, non stai in silenzio e non ti fai gli affari tuoi…… E il cronista che fa? Deve tacere, come si fa nelle buone famiglie? Non deve raccontare ciò che gli occhi e la coscienza registrano? Quello che ha verificato di persona? E quando la realtà è capovolta, non deve dirlo, non deve mostrarlo? Un giornalista d’inchiesta non può far parte delle buone famiglie, meglio essere orfani e non appartenere ad alcuna famiglia, neanche adottiva, non si possono avere padrini se vuoi raccontare quello che vedi… …. Meglio avere come compagni di viaggio un taccuino carico di notizie vere e complete, documentate, d'interesse pubblico, queste sono le regole cui attenersi con rigore… ...meglio una telecamera ricca d'immagini inedite e già viste - perché a volte la realtà si ripete, la vediamo uguale a 10, a 20 anni fa, e anche quello bisogna dire. Meglio avere una telecamera che ha registrato le storie delle vittime dell’ingiustizia, del racket, dell’arroganza e degli abusi del potere, delle collusioni politiche con la mafia, perché la mafia senza la forza della politica sarebbe già stata sconfitta da tempo. E la storia lo insegna. La realtà cambia se noi la facciamo cambiare con gesti di quotidiana verità… E allora, bisogna, perché no? “tammuriare”. Facciamo rullare i tamburi della verità come ha fatto Libero Grassi, … il giornalista lo faccia con gli strumenti della sua professione, ciascuno con quello di cui dispone, ma dica la verità e quando non la dirà, sappia che sta isolando colui che la sta affermando. Se evadi il fisco e non paghi le tasse, la pressione fiscale si farà più pressante sul resto della collettività che le paga… Se non versi i contributi ai lavoratori, sei responsabile dell’impoverimento del più debole... Se non fatturi il materiale che vendi, penalizzi chi invece lo fattura e inquini il mercato….e allora il giornalista ha il dovere di andare a fare inchieste sul lavoro nero, sul lavoro minorile, sulla sicurezza nei posti di lavoro… ...ancora oggi si muore cadendo da un’impalcatura insicura, spesso nel silenzio e nell’indifferenza generali… ancora oggi rimangono insoluti molti delitti e …quanti! …i delitti dei colleghi assassinati mentre indagavano su un traffico d'armi, oppure in zona di guerra, non a caccia di sensazionalismi ma per raccontarvi la verità, per questo sono morti. Ancora oggi, dal 1970, non sappiamo chi si è portato via Mauro De Mauro mentre era all’opera con le sue inchieste, mentre cercava la verità sulla fine di Mattei. Sappiamo che è stata la mafia, ma a distanza di tutti questi anni non si è mai fatta piena luce. …E se Palermo ha oggi una fiaccola di resistenza civile ancora accesa, è anche grazie a quella generazione di cronisti coraggiosi e infaticabili del quotidiano "L'Ora" che ha fatto storia ….È grazie a Mario Francese, a Beppe Alfano... Fava, Impastato …ancora non conosciamo i mandanti delle stragi…e poi ci sono familiari di vittime di attentati che attendono giustizia ancora dopo venti, trent’anni…che storia è mai quella che non include la verità, ma solo frammenti, barlumi? Che democrazia è, se non si scopre la verità e non si ha il coraggio di pubblicarla? Non possiamo permetterci di vivere da ingannati o da ciechi… ...Se paghi il racket, finanzi la potenza militare della mafia, assicuri lo stipendio agli uomini del clan, paghi gli abiti e le auto dei killer, degli estortori, con i tuoi soldi stai ingrassando l’organizzazione. E poi c’è un punto importante sul quale riflettere a lungo. L’indotto della mafia. Sul percorso di Libero Grassi, non solo la mafia, ma anche altri hanno seminato chiodi e vetri, sapendo che l’imprenditore portava i sandali e non le scarpe chiodate... ...Quando non si dice la verità, si mina gravemente il percorso proprio e quello degli altri… ...Le banche applicano all’imprenditore tassi d'interesse del 23%, un numero da capogiro, e cioè ben 6 punti percentuali in più rispetto ai tassi applicati agli altri industriali. Questa è storia e la storia deve essere ricordata. E la storia si ripete… …dopo l’inchiesta che ho curato per Report, “La mafia che non spara”, mi ha chiamato un industriale – del quale per ovvi motivi di riservatezza non posso fare il nome – e mi ha detto: “Finché abbiamo avuto il boss mafioso all’interno della nostra attività economica, le banche ci facevano credito… ...ora che lo abbiamo buttato fuori, ci stanno affamando e rischiamo di chiudere… ...la vostra inchiesta ha detto la verità e ora denuncerò anche questo…” E la verità può fare scandalo solo quando siamo circondati dalle bugie. C’è un principio evangelico che mi appassiona da molto tempo e dice così: “Le cose che ti sono state dette in segreto, di nascosto, al buio, tu gridale sui tetti, falle sapere alla luce del sole”. Parole semplici ma chiare, questo ha raccontato Report, con un lavoro che è costato tre mesi e mezzo e non si è fermato alla superficie. I dati sui fenomeni sommersi si scovano, non si aspettano su un piatto d’argento né te li fai porgere. I dati sulle estorsioni si vanno a cercare. Ci vogliamo fermare al fatto che le denunce sono in calo? Il telefono antiracket tace, allora le estorsioni non ci sono più? La mafia non spara, allora è stata sconfitta? E come la mettiamo con gli indicatori delle inchieste giudiziarie dai quali emergono invece che si paga a tappeto? Basta guardare nei libri-mastri di cosa nostra, sul libro-paga sono in tanti, tantissimi, pagano anche i poveri. Il 70% è la media regionale in Sicilia di quanti pagano il pizzo. …E per un mafioso che va in carcere, è già previsto il passaggio di consegne; sono stati ritrovati anche i biglietti dove il mafioso scrive, senza scomporsi perché va in cella: “Dicci a Gino che quello non ha pagato e che ci deve ripassare il mese prossimo…” …c’è crisi di legalità, il cittadino non può avere fiducia nell’istituzione con il volto da Dott. Jekyll e Mr. Hyde... c’è bisogno di chiarezza, il rappresentante dell’istituzione non può andare a braccetto con il mafioso e neanche il politico… anche per questo i cittadini tacciono e non hanno più fiducia… E in quale paese democratico un’impresa di calcestruzzi, finché è stata proprietà del mafioso latitante e dei suoi figli, ha fatto affari a palate e quando, con fatica, lo stato la confisca, i suoi affari crollano? Perché nella città di Trapani il calcestruzzo dello stato gli imprenditori non se lo comprano più? Quegli stessi imprenditori che compravano lo stesso calcestruzzo allora dal mafioso… …come mai la stessa qualità di calcestruzzo prima era buona e ora non lo è più? E quell'impresa oggi rischia la chiusura con il licenziamento dei suoi dieci dipendenti… ...che sconfitta per la legalità sarebbe se la Calcestruzzi Ericina chiudesse! …Mi risulta che dopo l’inchiesta di Report,alcuni imprenditori sono ritornati dopo tempo, anni, a comprare in questi giorni il calcestruzzo dello stato. C’erano almeno trenta siciliani DOC intervistati nell’ambito dell’inchiesta sulla mafia e tutti hanno rifiutato la cultura del silenzio, hanno fatto affermazioni di verità, hanno esposto la propria faccia davanti alla telecamera contro la mafia, mettendo a rischio la propria incolumità. Sono loro che hanno fatto tanto rumore nell’inchiesta di Report, hanno scelto di “tammuriare”: imprenditori, insegnanti, magistrati, operai, esponenti delle istituzioni, familiari delle vittime. Hanno fatto sentire la voce e ci hanno raccontato che la realtà si è capovolta. Questa è la Sicilia degli onesti, quella che ha il coraggio di dire parole di verità. L’imprenditrice di Vicari taglieggiata dall’uomo di Provenzano, dopo avere denunciato, ha detto che in paese la guardano come se il male l’avesse fatto lei, perché ha denunciato!! Ha parlato, rotto il silenzio. Allora: è Report che ha capovolto la realtà, o è la realtà che risulta essere invece capovolta? Ed è talmente capovolta la realtà, che c’è un uomo di 72 anni, che si chiama Provenzano, ricercato da 42, accusato di essere il capo di Cosa Nostra, che è riuscito fino ad oggi ad anticipare sempre le mosse degli inquirenti e si fa beffa dello stato perché non lo prendono… …perché altri controllano il territorio più dello stato, nonostante che con grande sacrificio alcuni lo cercano. Questa è la verità e Report l’ha mostrato con un filmato inedito che ha anticipato un’importante operazione antimafia della procura di Palermo… Il vescovo Scola ha detto nei giorni scorsi che il servilismo dei giornalisti è peccato… È un’affermazione molto importante, sempre, ma soprattutto in questi tempi. Perché se si vuol fare un’informazione libera, ci si fa comunque dei nemici, soprattutto se si indaga, se ci si chiede il perché… se mostri le bugie e gli inganni … …Diffido di quelli che vanno in giro dicendo che in trent’anni di giornalismo non hanno mai avuto nemici né querele… ...mah! …vuol dire che da wotchdog, come chiamano gli inglesi il giornalismo di inchiesta, cioè cane da guardia, si sono trasformati in servant-dog, cani da compagnia! oppure ...ciambellani del re, quelli che reggono i microfoni al potente di turno e gli pongono una domandina a piacere, come si faceva alla scuola media… quelli che rifanno il trucco al re perché appaia in pubblico più bello, più rassicurante, più attraente… mentre in qualche angolo di qualche redazione ci sono giornalisti emarginati perché non manipolabili, non rassicuranti con le loro domande e con quel maledetto vizio di ficcare il naso dappertutto per chiedersi sempre: perché? Colleghi ai quali non è più consentito fare le inchieste, perché disturbano, richiedono tempi lunghi, fatica… e invece oggi tutto deve essere veloce e godibile subito, …le inchieste sono scomode, non rassicurano, e procurano nemici in alto… così partono le bordate. È un percorso ad ostacoli, spesso minato… Infatti il giornalismo d'inchiesta rischia di sparire, perché crea troppi problemi… ma rischia di sparire anche il giornalismo più semplice, perché la tendenza ormai è quella di tenere alla scrivania il redattore, facendogli cucire i pezzi con le notizie che gli arrivano, tenendolo distante dalla verifica diretta della strada… ...una specie di sartoria dell’informazione, una catena di montaggio, una fabbrica coreana della notizia, che sforna prodotti ben confezionati a buon mercato …ma quanto poi quelle notizie corrispondano alla realtà, questo è tutto da verificare… …E poi ci sono le querele... Le querele a volte sono legittime, ma ormai è accertato dallo stesso ordine dei giornalisti che la querela viene spesso usata come strumento d'intimidazione nei confronti del giornalista e quindi dell’informazione libera… ...soprattutto se fai certi nomi, se approfondisci certi argomenti… se sfiori cordate economiche o enti di rilievo …ti becchi comunque la querela… anche se poi si rivela infondata… ma, nel frattempo che la causa va avanti e passano gli anni, in redazione al giornalista sarà tolto quel caso che stava trattando, e su quell’argomento non potrà scrivere più… …almeno in alcune redazioni è così … e magari, se ha pestato troppo i piedi, gli tolgono anche la specializzazione… ...se è giudiziaria, e lo mettono a fare la cronaca delle persone scomparse, così non può più dare disturbo. ….Quanti colleghi hanno vissuto e vivono questi episodi!!!! Il potere e l’informazione o si scontrano o si sposano… questa è la storia ….o sei compiacente o fai informazione… ...A prescindere dalle conseguenze il giornalista deve esercitare il potere di verifica sulla realtà, sui poteri, sull’operato del governo, chi fa da contraltare? Chi guarderà dietro le quinte? Se sono tutti d’accordo, governo e giornalisti, assisterete ad un’informazione virtuale. La democrazia è in grave pericolo quando i ciambellani del re aumentano e i cani da guardia si fanno addomesticare! …e il problema non è la libertà d'informazione, perché la nostra costituzione la garantisce …il problema è l’informazione libera…… e quindi la libertà te la devi prendere... Allora l’informazione libera è una conquista quotidiana, una battaglia, la devi fare valere ogni giorno e ogni giorno puoi correre il rischio che ti spostino di scrivania, e le regole a tutela del giornalista nelle redazioni sono pochissime. Dunque il punto non è affermare dei principi teorici, oppure ostentare in qualche passerella bei discorsi intellettuali e accattivanti sul giornalismo …il problema è pratico. Se chiedono al giornalista di scrivere una cosa diversa da quella che ha visto, se ha deontologia, deve ritirare la firma e la faccia. Forse pochi sanno che il contratto nazionale di lavoro dei giornalisti lo prevede a tutela del giornalista e della verità, dunque anche a vostra tutela in qualità di utenti... ...Se il giornalista è autorevole e credibile, non può mentire e darsi alla propaganda... Il nodo è esercitare l’informazione libera, non esercitare le mandibole con belle frasi o fingere di non capire che è arrivato il momento di dire no. Ma quanti, poi, lo fanno??? Bisogna essere consapevoli che a volte è necessario pagare anche un prezzo e che l’omologazione dei servi sciocchi può arrivare a costare il pregiudizio di una costituzione che è costata il sangue dei padri fondatori... Voglio concludere con le parole di uno degli attuali simboli del giornalismo libero, Bill Kovach, che durante un incontro con gli studenti dell’Università Autonoma di Madrid, alcuni giorni fa, li ha invitati a sviluppare il pensiero critico, non disfattista ma critico, di qualità, vero e credibile, al riparo da ogni propaganda… ...Kovach ha spiegato che l’invasione dell’Iraq è stata appoggiata grazie “al mondo virtuale di una minaccia imminente”, creata dagli Stati Uniti, con l’appoggio della stampa che non ha esercitato il suo potere autonomo di verifica… …sono convinta che la civiltà di un popolo si misura dal grado di informazione libera e vera che esso esprime. |
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